Nel tempo di Carnevale

Nel tempo di Carnevale

Presto sarà Carnevale, ma già viviamo un’ aria di festa con spettacoli, corsi mascherati, intrattenimenti danzanti, cene popolari. Prima non era così. Torno con la mente a quando ero piccola e frequentavo le prime classi della scuola elementare. Rivivo quel tempo di 60 anni fa. Abitavo in Cerbaia, ma il Carnevale era lo stesso, uguale, anche a Lamporecchio, a Mastromarco e nelle zone limitrofe. Allora nelle case c’ era il forno a legna per cuocere il pane che ogni donna faceva da sé, circa ogni 10- 15 giorni. Quando i pani erano cotti, pani grossi di 2 chili che si conservavano meglio di quelli piccoli, venivano messi uno accanto all’ altro su un’ asse di legno attaccata in alto ad una parete della cucina e venivano coperti con una tovaglia bianca o un telo, per proteggerli dalla polvere e mantenerli più morbidi.

Nei giorni precedenti il Carnevale, circa 2 settimane prima, le mamme facevano i berlingozzi, su grandi fogli di carta gialla grezza: i tipici dolci a ciambella con i semi di anice che sono ancora oggi caratteristici di queste zone. Li cuocevano nel forno insieme al pane. Le case allora erano piccole, senza soffitto, con le travi di legno, gli usci stretti e bassi e le finestre piccole. D’ inverno faceva molto freddo e a febbraio nelle case si accendeva il camino, che era grande e serviva anche per cuocere il cibo, o la stufa a legna e la sera, dopo cena, donne, vecchi e bambini stavamo lì intorno a scaldarci. Gli uomini in genere andavano al circolo a giocare a carte, come il mio babbo Bruno, o ad ascoltare la radio che nelle famiglie mancava.
Quello era tempo di scherzi e, nelle case, la sera” passavano le maschere” .
Ad un tratto veniva da fuori uno schiamazzo, un’ eco di risate, una canzone un po’ stonata, insieme al suono di una trombettina da pochi soldi. Subito seguivano dei colpi all’ uscio, esterno che di solito dava su di un’ aia e una voce maschile diceva forte: – Maschere, maschere! La padrona di casa apriva e le maschere entravano; in genere erano gruppi di una decina di giovani: in una sera potevano passare anche due o tre gruppi. Erano portate da un adulto maturo, che faceva loro da guida perché le strade erano buie e lui li aiutava così che non avessero a cadere in pozze d’ acqua o in buche, frequenti nella strada sassosa e non ancora asfaltata. Loro infatti erano camuffati: alcuni avevano il volto bianco, impiastricciato di farina, altri nero tinto col carbone, ma tutti avevano una maschera che impediva loro di vedere bene, perché era scomoda, molto aderente, e copriva l’ intero volto e sotto li faceva sudare. Ma era anche il loro punto forte, perché li rendeva davvero irriconoscibili! Erano maschere di cartone massiccio o di cartapesta, con espressioni da brutti ceffi, dure o un po’ volgari, con grosso naso, mento aguzzo, bocca sdentata, che ricordavano ubriachi, vecchiette, o buffi animali e facevano quasi paura. Erano tenute su da un elastico e finché non venivano tolte, calandole giù, era impossibile riconoscere chi le indossava. Appena entravano in una casa questi “ personaggi” alteravano il timbro di voce, per non essere riconosciuti, e chiedevano con insistenza: – Zuccherini! Zuccherini! Volevano i berlingozzi. La mia mamma ne teneva uno già pronto, a portata di mano, anche se nascosto, e al momento giusto lo metteva sul tavolo e lo tagliava in piccoli pezzi che offriva. A questo punto soltanto si levavano la maschera e si facevano riconoscere. All’ inizio, appena arrivavano, ci si divertiva ad indovinare la loro identità. Erano vestiti in modo molto povero: indossavano vecchi pantaloni, giubbe smisurate, che ricadevano da tutte le parti. Si trattava per lo più di vecchi abiti smessi, appartenuti ai nonni o ai babbi: calzoni di “ vergato “ , zoccoli di legno consumati, scarpe troppo lunghe, stivali un po’ rotti, cappellacci di paglia ormai sporchi. C’ era chi aveva un vecchio lenzuolo rattoppato, buttato sulle spalle come una zimarra, a imitazione di fantasmi o infermieri. Altri sembravano spazzacamini o spaventapasseri. Alcuni erano vestiti da donna, da contadina, e portavano vecchie gonne lunghe fino a terra, tutte consunte. Mangiavano di gusto e velocemente, elogiando i dolci e chi li aveva preparati. Quindi volevano bere e noi davamo loro acqua, che era stata tirata su dal pozzo con la brocca, vino rosso o vinsanto. Alcuni bevevano troppo e sembravano un po’ brilli; quindi salutavano e ringraziavano, anche con qualche buffo inchino, e uscivano cantando e scherzando fra di loro per andare a visitare altre famiglie, di casa in casa, dove poi si ripeteva la stessa scena. Certe volte fuori c’ era la neve ghiacciata, caduta da più giorni, e qualcuno scivolava e si faceva male. Continuavano i loro giri quasi ogni sera, fino a carnevale. Un giorno importante era anche l’ ultimo giovedì, quello della settimana che precedeva la festa, detto”giovedì grasso” o “ berlingaccio”. La sera per tradizione si mangiavano i fegatelli di maiale, immersi nel lardo, che si scioglieva mentre si mettevano sul fuoco a riscaldare. Noi bambini accompagnati dai genitori, appena faceva buio, andavamo per i campi a” far lume alle viti” , passando di corsa tra i filari con torce fatte con bastoni di legno di legno a cui era legata della paglia. Si credeva così di scongiurare le malattie alle viti e si diceva cantando: – Berlingaccio, berlingaccio, il lupo nel pozzo, la volpe nella via, e lo scarbonchio vada via – . I giovani e le ragazze mai sole, ma portate dalle mamme, andavano a ballare( alla casa del popolo o a qualche” festa in casa”) e si divertivano a giocare a” la pentolaccia. Veniva appesa al soffitto con un gancio una vecchia pentola di coccio ripiena di cenere, caramelle, trombettine di carta, e coriandoli,bianco- neri e scritti, fatti con vecchi giornali. Le coppie che ballavano passavano lì sotto e, munite di un lungo bastone, cercavano di colpire ad occhi bendati la pentolaccia, per farla cadere a pezzi e prenderne il contenuto. Noi bambini ci mascheravamo la domenica di carnevale e l’ ultimo giorno, il martedì, sempre di pomeriggio. Non c’ erano i costumi e ci vestivamo un po’ alla meglio: da contadinelle, da Cappuccetto rosso, da Pinocchio, da pagliaccio; i maschi si appuntavano sul petto una stella di ferro e si sentivano sceriffi. Potevamo così sentirci un po’ diversi da sempre, ma soprattutto ci piaceva stare insieme. Io abitavo in un casato dove erano varie famiglie e mi trovavo già inserita in un gruppo con delle amichette, tra cui Emanuela e Sonia Sensi e un bambino della nostra età: Antonio, che era per noi come un fratello. Anche noi, come i grandi, passavamo di casa in casa ed eravamo accompagnati da mia sorella Emilia, di otto anni maggiore di me e dalla sua amica Alba. Avevamo ciascuno un sacchettino di carta con pochi coriandoli e stavamo attenti nel tirarli alla gente per non finirli subito, ma farli durare più a lungo. La mattina del martedì grasso andavamo a scuola ma, all’ ultima ora, la maestra, Mary Cammilli di Borgano, ci faceva giocare a tombola e portava dei piccoli premi per chi vinceva. Era bello quel giorno! A pranzo e a cena si mangiava, come era tradizione, pasta in brodo e polpette di patate e vitello, bollito, tritato col prezzemolo. Quindi si finiva con i berlingozzi, che piacevano tanto a tutti. Dopo cena noi bambini andavamo a letto, invece i giovanotti e le ragazze andavano a ballare, ma per l’ ultima volta, perché la festa finiva! Il giorno dopo erano le Sacre Ceneri e così iniziava la Quaresima, 40 giorni senza divertimenti, perché si pensava a quando poi, il venerdì santo sarebbe morto Gesù; e c’ era un velo di tristezza in fondo al cuore. I dolci erano finiti e sarebbero ricomparsi solo a Pasqua. La gente riprendeva a pensare soprattutto al lavoro. rimaneva il freddo pungente e la mattina le brinate massicce imbiancavano i campi come neve. Nei bozzi il ghiaccio era alto e profondo e le donne dovevano romperlo per prendere l’ acqua. La notte il vento gelido di tramontana fischiava sui tetti delle povere case ed entrava a spifferi dalle finestre. Dentro di noi tuttavia c’ era un’ attesa e una certezza: presto sarebbe arrivata la primavera.
Enrica Sensi e Matteo Vescovi